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«Sono 180 euro più IVA»: perché a un cliente privato non dovresti scriverlo, e come dare un prezzo in chat

Redazione SendApp6 min di lettura
«Sono 180 euro più IVA»: perché a un cliente privato non dovresti scriverlo, e come dare un prezzo in chat

In breve

Quando rispondi «quanto costa?» a un cliente privato, il prezzo da scrivere è quello finale, con l’IVA e le altre imposte dentro: lo chiede il Codice del consumo. «Più IVA» resta normale solo fra aziende. Spese di consegna e sovrapprezzi per il pagamento con carta sono gli altri due punti dove si sbaglia più spesso.

Perché conta

Chi lavora anche con le aziende ci è abituato: il prezzo si dice al netto, «sono 180 più IVA». Idraulici, elettricisti, fotografi, falegnami, tappezzieri, agenzie: molti rispondono così anche su WhatsApp, per abitudine. Il cliente privato legge 180, si fa i conti su 180, e al momento di pagare si trova davanti 219,60 euro. Nel migliore dei casi paga con un po’ di fastidio. Nel peggiore dice che non era quello il prezzo concordato, e ha qualche ragione.

Il punto non è solo di cortesia. Il Codice del consumo, cioè il decreto legislativo 206 del 2005, chiede che a un consumatore il prezzo venga comunicato già comprensivo delle imposte. Una chat non fa eccezione: è il canale dove oggi si chiedono più prezzi, ed è anche quello dove si scrive più in fretta.

Cosa dice la regola

1. Il prezzo è quello finale

L’articolo 13 del Codice del consumo definisce il prezzo di vendita come il prezzo finale «comprensivo dell’IVA e di ogni altra imposta». L’articolo 22, comma 4, aggiunge che quando una comunicazione indica caratteristiche e prezzo di un prodotto in modo da permettere l’acquisto (la legge la chiama «invito all’acquisto»), fra le informazioni rilevanti c’è il prezzo comprensivo delle imposte; se il prezzo non si può calcolare in anticipo, vanno indicate le modalità di calcolo. Tacere un’informazione rilevante, o darla in modo ambiguo, è un’omissione ingannevole. Che la risposta in chat a «quanto costa?» rientri in questa definizione è una nostra lettura: la legge non nomina WhatsApp, ma parla di comunicazioni adatte al mezzo usato.

2. Le spese di consegna vanno dette prima

Sempre l’articolo 22 chiede di indicare le spese di spedizione o consegna, oppure di avvisare che potranno essere addebitate. Per le vendite a distanza, e un ordine chiuso in chat lo è, l’articolo 49 è ancora più diretto: prima del contratto il cliente deve conoscere il prezzo totale con le imposte e le spese di consegna, e il comma 6 dice che se non è stato informato di quelle spese non è tenuto a pagarle. Le altre informazioni da dare in una vendita a distanza, recesso compreso, le abbiamo raccolte nel pezzo su come gestire un reso chiesto su WhatsApp.

3. Niente sovrapprezzo per la carta

L’articolo 62 vieta di far pagare al consumatore spese per l’uso di uno strumento di pagamento. «Se paghi con carta sono 3 euro in più» o «più 2% con PayPal» sono frasi da togliere dai messaggi: il prezzo è lo stesso qualunque mezzo il cliente scelga.

4. Con le aziende è un’altra storia

Queste regole proteggono il consumatore, cioè chi compra per scopi estranei alla propria attività. Se scrivi a un’impresa o a un professionista con partita IVA, il prezzo al netto è la norma e nessuno si sorprende. Il problema nasce quando lo stesso modo di scrivere passa, per abitudine, ai privati.

Come si scrive: le frasi giuste e quelle sbagliate

Cosa scriviA un privatoA un’azienda
«180 euro più IVA»Da evitare: non è il prezzo finaleVa bene
«219,60 euro IVA inclusa»CorrettoVa bene, l’imponibile si ricava
«219,60 euro IVA inclusa, consegna 15 euro»Corretto e completoVa bene
«La spedizione la vediamo dopo»Da evitare: le spese vanno dette primaMeglio dirle comunque
«Con carta sono 3 euro in più»Vietato dall’articolo 62Fuori dall’articolo 62, che tutela i consumatori
«Dipende, ti faccio sapere»Accettabile solo se poi dai il prezzo o il modo di calcolarloVa bene

Il conto si fa così: con l’aliquota ordinaria del 22%, prezzo al netto per 1,22. 180 euro diventano 219,60. Al contrario, per sapere quanto incassi al netto da un prezzo finale, si divide per 1,22: 122 euro sono 100 di imponibile e 22 di IVA. Alcuni beni e servizi hanno aliquote ridotte: quale vale per quello che vendi lo sa il tuo commercialista, ed è meglio chiederglielo una volta che tirare a indovinare in ogni messaggio. Chi è in regime forfettario non addebita l’IVA in fattura: in quel caso il prezzo che scrivi è già quello finale, e «più IVA» sarebbe semplicemente sbagliato.

Gli errori da evitare

  • Copiare in chat il preventivo pensato per le aziende, con i prezzi al netto, e mandarlo a un privato.
  • Dare il prezzo del prodotto e scoprire le spese di consegna solo al momento del pagamento.
  • Scrivere «prezzo da definire» e poi presentare un conto finito senza mai aver spiegato come si calcola.
  • Aggiungere un sovrapprezzo per chi paga con carta, PayPal o bonifico istantaneo.
  • Dimenticare che nelle promozioni lo sconto si calcola su un prezzo che deve rispettare anche la regola del prezzo più basso degli ultimi 30 giorni.
  • Scrivere prezzi diversi a clienti diversi per la stessa cosa, per fretta, e poi non ricordare quale era quello giusto.

Un esempio concreto

Esempio illustrativo. Un negozio di tende su misura lavora con alberghi e uffici, e da qualche mese anche con privati che scrivono su WhatsApp dopo aver visto il profilo Instagram. Una cliente manda le misure della finestra del soggiorno e chiede quanto costa. La risposta di getto sarebbe «180 più IVA, il montaggio lo vediamo». La risposta corretta è: «Per la tua finestra la tenda in lino costa 219,60 euro IVA inclusa, montaggio compreso. Se preferisci la consegna senza montaggio sono 15 euro. Paghi come preferisci, il prezzo non cambia». Sono due righe in più, e tolgono tutte le domande che sarebbero arrivate dopo. Se la cliente risponde «va bene», quel messaggio con il prezzo chiaro è anche quello che conta in caso di discussione, come raccontiamo nel caso del preventivo accettato con un «ok» in chat. E la fattura, a lavoro finito, riporterà gli stessi importi: come mandarla in chat lo spiega il pezzo su cosa vale come fattura su WhatsApp.

Come lo fai con uno strumento come SendApp

Il modo più sicuro per non sbagliare di fretta è scrivere una volta sola le risposte sui prezzi, già nella forma giusta, e riusarle. In SendApp, per fare un esempio, una regola a parole chiave può rispondere da sola quando il cliente scrive «prezzo», «quanto costa» o «listino», con un testo che contiene già prezzo finale, consegna e modalità di pagamento; la risposta parte esattamente come l’hai scritta, senza riscritture, come spiega la guida alle risposte automatiche a parole chiave. Per i casi che richiedono un preventivo su misura, l’operatore risponde a mano dalla stessa casella. Il piano Professional costa 19 euro al mese (16 con fatturazione annuale), con un operatore e 1.000 contatti; si prova per 7 giorni senza carta di credito.

Cosa fare adesso

  • Rileggi le ultime dieci risposte sui prezzi che hai mandato a privati: quante dicono «più IVA»?
  • Prepara due versioni del listino, una con i prezzi finali per i privati e una al netto per le aziende.
  • Decidi le spese di consegna o di montaggio e scrivile insieme al prezzo, sempre.
  • Togli dai messaggi ogni sovrapprezzo legato al mezzo di pagamento.
  • Chiedi al commercialista quale aliquota vale per i tuoi prodotti e servizi, una volta per tutte.
  • Se fai promozioni in chat, calcola prima se lo sconto ti conviene davvero: il conto è nel pezzo su quante vendite in più servono per coprire uno sconto.

Una domanda prima del prezzo risolve quasi tutto: «È per te o per un’azienda?». Con la risposta sai quale listino usare, e se serve la fattura con la partita IVA.

Fonti: Codice del consumo (d.lgs. 206/2005), articoli 13, 22 comma 4, 49 commi 1 e 6, 62, testo vigente letto su Brocardi. Che una risposta in chat a una richiesta di prezzo valga come invito all’acquisto è una nostra lettura. Questo articolo è informazione generale e non sostituisce il parere del tuo commercialista o di un avvocato. Ultima verifica: 28 ottobre 2026.

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